Febbre a Novanta

Novanta minuti, novanta pagine, novanta frammenti di vita

Eccomi

Utente: FebbreANovanta
Nome: Francesco
Folletto di pianura, camminante di vocazione.

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Blog-Show la vetrina italiana dei blog!

Sto leggendo (e rileggendo):

A.Azor Rosa, “Letteratura italiana”

Sto ascoltando:

M. Bubola, "Quel lungo treno"; F. Guccini, "Anfiteatro live"; B. Springsteen, "Vote for change tour, Cleveland"; B. Springstenn, "Born to Run, 30th"; The Pogues, "The Ultimate collection"; F. De Gregori, "Calypsos"; I. Fossati, "L'arcangelo"; B.Springsteen ,"We shall overcome"; Vinicio Capossela, "Ovunque proteggi; Eugenio Finardi, "Anima Blues"; B. Springstenn, "Magic"; Lou Dalfin, "I Virasolelhs"; M. Bubola, "Doppio lungo addio"; M. Bubola, "Ballate di terra e acqua"

Ultimi concerti:

04/03/2006 Modena City Ramblers("Nautilus", Cardano al Campo - VA)

17/09/2005 Davide Van De Sfroos ("MazdaPalace" - MI)

03/09/2005 Eugenio Finardi (Novara, piazza Martiri)

05/08/2005 Orario continuato (Sizzano, santuario della Bergamina - VC)

09/07/2005 Enrico Ruggeri (Novara, piazza Martiri)

05/06/2005 Befolk (Carpignano Sesia,piazza - VC)

02/06/2005 Davide Van De Sdroos, Massimo Bubola, Angelo Branduardi ("Cascina Cappuccina" - Melegnano)

11/04/2005 Davide Van De Sfroos ("Teatro Smeraldo" - MI)

02/04/2005 Purple Minds ("Barracuda" - NO)

26/03/2005 Orario continuato ("Phenomenon" - NO)

03/09/2007 Davide Van De Sfroos("Cerano" - NO)

Cisco canta Ivan Della Mea - O cara moglie

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lunedì, 28 luglio 2008

Prendo il testimone lasciatomi da Aislinn :

Le regole del gioco:

Indicare nel proprio blog tre cose di questa nostra Italietta che riteniamo disgustose, vergognose, che ci fanno venir voglia di urlare il nostro disprezzo e pensare che sarebbe meglio vivere da un'altra parte.

Invitare 5 blogger a fare altrettanto nei propri blog, indicando i loro link e spiegando perché scegliamo proprio loro.

1) L'ostinazione a non voler ammettere altre forme o posizioni che si discostino dallo status quo, come se ogni proposito latamente "rivoluzionario" debba essere frenato in ottemperanza al migliore dei sistemi possibili.

2) La deriva al centro di ogni forza che si definisca ancora di sinistra.

3) La demagogia su cui fa leva il favore che calamitano certi personaggi quantomeno istrionici (e un pochino inquietanti e contraddittori).

Non nomino nessuno (e violo volontariamente le regole del gioco), invitando invece a raccogliere il testimone chiunque se ne senta la voglia o l'indignazione.

Postato da: FebbreANovanta a 14:16 | link | commenti (11) |

domenica, 15 giugno 2008

Guardatelo, il vecchio Seamus, guardatelo camminare nell'ombra, dietro un cantone, sofferente di uscirne per due minuti o due ore, forsanche per una manciata di giorni. Guardatelo tutti, il vecchio Seamus, con il suo cuore grande e gonfio tra le mani, che nemmeno una pala d'altare con il Sacro Cuore di Gesù, nemmeno un ex voto appeso al muro, quel suo cuore grande e sanguinante. Guardate la sofferenza del vecchio Seamus, guardate il suo dolore mesto, guardate la tenerezza, guardate la sua ira impotente. Seamus scantona i muri come un gatto, lo sa la luna il suo cuore gonfio, lo sanno i polsi tremanti – i fasci di vene che stringono i polsi e portano sangue alle nocche incrinate – le cicatrici della nostalgia. Guardatelo, ve ne prego, e ascoltatelo, il vecchio Seamus, bestemmiare le sue maledizioni senza il conforto di una scura, tra le bottiglie vuote, un marciapiede lurido abbastanza per dormirvi dimenticato sotto il cielo che promette ancora un altro sereno – insopportabile, sereno senza motivo. Ascoltatelo maledire il cane, lurido cane che gli morde il cuore di riflesso: che non lo conosce, il cane, e mai lo conoscerà nella sua vita. Ma comincia a pregare, se credi in qualche dio – Seamus grondante sangue dal suo grande grosso cuore – comincia a pregare e chiamalo con il nome che gli dai – Seamus davanti alla chiusa, Seamus nei vicoli del ghetto – comincia a mangiare i tuoi giorni con gusto – Seamus il naso alzato a misurare l'angolo cadente – comincia a prendere congedo – Seamus cuore dolente sui gradini della basilica del suo Santo in attesa dell'alba: un giorno nuovo, un altro sereno impossibile – comincia a lasciare i tuoi giorni giorno per giorno, cane urlante, cane vigliacco, perchè non conosco il nome di tuo padre e di tuo nonno, non conosco la donna che ti ha generato – Seamus spaesato sotto al portico largo, servo anche lui senza consolazione – ma Seamus lo distingue il tuo odore, e il giorno che ti annuserà sulla sua strada, non avrai altro tempo che per finire il passo, e quel giorno, lo sa Seamus, sarà il tuo ultimo da questo lato degli occhi.

Postato da: FebbreANovanta a 11:10 | link | commenti (6) |

venerdì, 09 maggio 2008

Nell'orgia di ricordi e testimonianze e telefilm e parole sparse e condanne reali e ideologiche, Aldo Moro campeggia ovunque. Ma perchè non spendere anche qualche riga per ricordare un ragazzo-uomo di Cinisi? Rimando al bell'articolo di "La Repubblica-Palermo" su Peppino Impastato, e se non l'avete ancora visto al film di Marco Tullio Giordana, che sarebbe bello rivedere oggi. Qui lascio solo un ricordo, perchè il 9 maggio 1978 non è solo via Caetani. Sono anche delle traversine di ferrovia in Sicilia.

I funerali di Peppino Impastato

PEPPINO IMPASTATO
La verità uccisa due volte

di Enrico Bellavia


Era un destino segnato quello di Peppino Impastato. Era nato a Cinisi in una famiglia di mafia. Il marito di sua zia, Cesare Manzella, era un boss di prima grandezza nel firmamento delle coppole. Suo padre, Luigi, aveva un amico che era il numero uno di Cosa nostra, Tano Badalamenti. Ma Peppino "il ribelle", militante di una sinistra che si componeva e si divideva, alimentando una galassia di sigle, partiti e movimenti, cambiò la sua sorte. E Tano Badalamenti diventò il mandante del suo assassinio.

La fine di Peppino, morto a 30 anni, il 9 maggio del 1978, 5 giorni prima della sua elezione a consigliere comunale di Cinisi nelle liste di Democrazia proletaria, impresse una decisa sterzata al corso della vita di chi gli sopravvisse. Di sua madre, Felicia Bartolotta e di suo fratello Giovanni, come di sua cognata Felicetta. Diventarono i custodi della sua memoria e insieme con Salvo Vitale e Umberto Santino, il fondatore del centro di documentazione antimafia, gli implacabili cacciatori di una verità evidente che in pochi intendevano riconoscere. Gli accusatori dei «Notissimi ignoti». Badalamenti, in primo luogo, il cui nome era stato indicato già dal palco nel primo comizio, tenuto due giorni dopo la scoperta del cadavere.

Ci sono voluti 23 anni perché Peppino Impastato diventasse con bollo di giustizia un morto di mafia. E quell´omicidio un delitto contro la parola. L´assassinio di un giornalista postumo. Perché Peppino fu iscritto all´albo professionale, quando finalmente Badalamenti, nel 1997, fu incriminato. Parlava Peppino. Parlava tanto in una Cinisi muta, sorda e cieca.

Parlava dai palchi improvvisati sui quali rappresentava il suo impegno. Si faceva ascoltare dai microfoni di Radio Aut. Grazie a Salvo Vitale e Guido Orlando è possibile riascoltare la sua voce nelle otto trasmissioni riprodotte nel dvd "Onda Pazza" appena uscito per Nuovi Equilibri con prefazione di Vauro.


Peppino mostrava cosa stavano facendo del suo paese, con l´aeroporto in ampliamento, l´America dei cugini d´oltreoceano sempre più vicina, la droga a fiumi e la speculazione dei signori del cemento alle porte. Faceva nomi e cognomi. Di mafiosi e di politici. Che andavano a braccetto e si facevano fotografare insieme.

Tano Badalamenti, l´11 aprile 2002, fu condannato all´ergastolo per quel delitto ma il 30 aprile 2004, a 80 anni, morì nel centro medico penitenziario Devens Fmc, ad Ayer (Massachusetts): scontava 45 anni per un colossale traffico di droga sulla rotta aerea Usa-Sicilia. Il 5 marzo 2001, Vito Palazzolo, braccio destro di Badalamenti, anche lui amico degli Impastato, aveva rimediato trent´anni.

Felicia Bartolotta lo incrociò nel primo giorno del primo processo. Lo guardò dritto negli occhi e lo costrinse ad abbassare lo sguardo. Gli sibilò con rabbia: «Vergognati».
Il 18 novembre del 1994 il collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo aveva messo a verbale: «Secondo quanto ho appreso dal vice rappresentante della nostra famiglia, Vito Palazzolo, l´omicidio è stato voluto da Gaetano Badalamenti ed eseguito da Francesco Di Trapani e Nino Badalamenti (entrambi morti, ndr)». Tano Badalamenti decise il delitto, onorando a suo modo un patto con Luigi Impastato, il padre di Peppino. Ordinò di liquidare il ragazzo solo quando Luigi, di ritorno da un viaggio in Usa, morì in un misterioso incidente stradale, sul quale, manco a dirlo, non si indagò. Era andato negli Usa a perorare l´intercessione di qualche mammasantissima per avere salva la vita del figlio.

Dopo due archiviazioni (nel 1984 e nel 1992), nell´aprile del 1995, l´indagine era stata riaperta. La famiglia, parte civile con l´avvocato Vincenzo Gervasi. Palazzolo fu il primo a essere condannato. Felicia Bartolotta aveva 85 anni. «Ora - disse - tutti sanno qual è la verità. Ora aspetto la condanna di Badalamenti e poi posso anche morire». Morì il 10 dicembre 2004 a 88 anni. Ripeteva: «Anche gli insetti se lo sono mangiati mio figlio. Che ci vado a fare al cimitero? Lì non c´è. Solo un sacchetto, questo mi hanno lasciato». Qualche anno prima l´avevano ricoverata in coma. Scoprirono che aveva due ematomi alla testa.
Spiegò: «Mi mettevo davanti alla foto di Peppino e mi davo pugni in testa fino a stonarmi».

Peppino lo fecero a pezzi sui binari della ferrovia di Cinisi nella notte tra l´8 e il 9 maggio del 1978. Lo misero sulle rotaie quando era già stordito, adagiarono il corpo su una carica di tritolo e fecero brillare l´esplosivo. Poi, per 23 anni, provarono a seppellirne il ricordo sotto una montagna di falsi e calunnie per una ricostruzione di comodo che lo voleva alternativamente suicida o saltato per aria maneggiando l´esplosivo. Trenta chili di resti su 300 metri.

La notizia della sua morte giunse nel giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. Nel cono d´ombra di una tragedia nazionale la fine di Peppino era una nota a margine in un´Italia squassata dal terrorismo. Non per chi quel ragazzo esile ma dotato di un´energia contagiosa aveva conosciuto. Erano stati lì gli amici di Peppino. Erano alla ferrovia a tentare di avvicinarsi alla scena del delitto. I carabinieri, coordinava il maggiore, futuro generale, Antonio Subranni, tenevano a distanza solo loro. Poi andarono a perquisirgli le case. Nell´appartamento della zia, Fara Bartolotta, dove Peppino viveva, trovarono anche un frammento di diario. Era del novembre del 1977. C´era l´amarezza di un attivista che non conosceva il limite tra privato e politico. Bastò quella lettera per la tesi del suicidio.
«Era tutto pianificato», raccontò all´Antimafia l´allora commissario della Digos, Alfonso Vella, arrivato a Cinisi quando i carabinieri stavano già smobilitando.

C´era da stabilire l´ora in cui Impastato era ancora vivo su quei binari. Sarebbe stato interessante sentire la casellante di turno fino alle 22 dell´8 maggio del 1978. Si chiamava Provvidenza Vitale. Nessuno la cercò. E c´era la «lettera d´addio» trovata da Carmelo Canale, aggregato a Cinisi in quei giorni in una stazione che aveva una unità in sovrannumero. Il necroforo comunale però si ricordava di un brigadiere che gli disse di cercare una chiave tra i cespugli. Liborio, così veniva chiamato, di chiavi ne trovò tre ma non andavano bene. Il brigadiere gli disse di cercare ancora, poi quella chiave la trovò lui. Apriva Radio Aut. Era proprio quella che Impastato teneva sempre nella tasca dei pantaloni. Non era né annerita, né piegata dall´esplosione. Scherzi di un ordigno che risparmia anche gli occhiali della vittima e ne dilania il cranio.

L´esplosivo era esplosivo da cava. Non fu esaminato. E non furono rilevate impronte sulla macchina di Impastato. Contro ogni evidenza era suicidio o attentato. Tutto, fuorché mafia. Tutto contro gli indizi che invece gli amici di Peppino, con gli avvocati Turi Lombardo e Michelangelo Di Napoli, avevano raccolto. Trovarono, ad esempio, una pietra rossa insanguinata nel casotto di fianco ai binari della ferrovia. Fu lì che gli assassini colpirono Peppino.

«Era sangue mestruale», tagliarono corto i carabinieri. Era sangue zero negativo, gruppo raro, lo stesso di quello di Peppino accertò Ideale Del Carpio. E sangue dello stesso gruppo trovarono i periti Caruso e Procaccianti su una pietra di quel rudere. Ma la casa non c´è neppure nello scarno fascicolo fotografico rimasto agli atti.

Il compendio di quel che accadde sta in un libro di Umberto Santino che non a caso si intitola "L´assassinio e il depistaggio".

Felicia Bartolotta raccontò la sua storia in un libro di Umberto Santino e Anna Puglisi, dal titolo "La mafia in casa mia".

La sua diventò una sorta di museo. E quando con il film "I Cento passi" di Marco Tullio Giordana la storia di Peppino diventò conosciuta al grande pubblico, le visite si moltiplicarono. «State attenti, occhi aperti, il futuro siete voi», ripeteva a tutti Felicia.

(09 maggio 2008)

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peppino impastato

venerdì, 02 maggio 2008

Tra dieci, fante e re, tra faccia chiara e faccia scura sempre vivere al condizionale, sempre una coniugazione sbagliata per i passi del clown. Che è poi questa la sua maledizione, sia guitto o giullare: regalare l'anima e un fiore inventato, una risata e una lacrima complice, e poi di nuovo nell'ombra nera dello sfondo, a spettacolo finito. Fino alla prossima replica, quando sarà.

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clown

domenica, 20 aprile 2008

Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.
L'inverno ci mantenne al caldo, ottuse
Con immemore neve la terra, nutrì
Con secchi tuberi una vita misera.

[T.S. Eliot, "Wasted Land"]

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libri, eliot

domenica, 16 marzo 2008

Visto l'andazzo di questi tempi, recupero un articolo di Giorgio Bocca risalente al 2005. Non lo condivido in tutto e per tutto, e ci sarebbe da chiedersi (almeno, a me viene da chiedermi) se l'Italia democratica sia la cosa più importante dal punto di vista politico, ma qui si pende pericolosamente tra nostalgie e utopie e politicamente scorretto (la cosa, devo dire, mi invita). Ad ogni modo, trovo interessante riproporlo oggi.


La prima falce e martello che vidi fu nel gennaio del ’43 su un marciapiedi di corso Dante a Cuneo, appena imbiancato dalla neve. Una piccola falce e martello nera nel candore della neve fatta da un comunista, come dire una specie allora rarissima, che ne aveva lo stampo in una scarpa; tante falce e martello nere come piccoli scorpioni pungenti, per una ventina di metri. Da lasciarti senza fiato all’idea che anche in una provincia dell’Italia fascista c’era uno con quello stampo in una scarpa, forse un compagno di Germanetto il comunista di Cuneo fuggito in Russia. E lo stupore, lo scompiglio fra i fascisti delle Federazioni  nel palazzo del Littorio, la corsa a cancellarle e il pensiero, chi sarà, dove sarà l’uomo con il marchio, come se le distanze e i silenzi del regime si fossero squarciati e fosse apparsa l’immensa, misteriosa, minacciosa Russia di Stalin. Poi nella guerra partigiana le falci e martello sulle bandiere dei garibaldini, sulla carta intestata delle loro brigate e poi nella Torino della liberazione e della ricostruzione le falci e martello della Camera del Lavoro, delle sedi comuniste, dei cortei comunisti che ci erano diventati familiari, che facevano parte definitiva, si pensava, del paesaggio politico italiano. Quel simbolo per noi italiani non era e non è evocativo del terrore staliniano, come è nei Paesi che furono schiacciati dal tallone sovietico, era il simbolo di una lotta di classe che il fascismo aveva nascosta ma non cancellata, di lotte che avevano segnato le nostre campagne e le nostre città. Faceva parte della faticosa costruzione di un Paese unito. Un simbolo graficamente bellissimo, il simbolo delle fabbriche e delle mietiture proletarie, un simbolo tragicamente ambiguo, per gli uni promessa di rivincita, per gli altri, nella Russia della di dittatura, di dolore e di pena.

C’era tra i garibaldini della Val Varaita un operaio torinese che era stato guardia del corpo di Gramsci all’Ordine nuovo. Si parlava del fascismo, della repressione, dei comunisti che si erano rifugiati nell’Unione Sovietica e il suo ricordo dominante era la sera in cui era arrivato per la prima volta sulla Piazza Rossa e in alto aveva visto la grande falce e martello illuminata ed era caduto in ginocchio, gli occhi pieni di lacrime, sotto quel simbolo di liberazione della “schiava umanità”. La richiesta da parte dei deputati lettoni o polacchi di equiparare la falce e martello alla svastica nazista non è accettabile storicamente. La falce e martello della rivolta contadina e sociale italiana non ha nulla a che vedere con la falce e martello dell’espansionismo sovietico, e anche dentro le storie di popoli come il polacco o il lettone il rigorismo è sconsigliabile. Sia in Polonia che negli Stati baltici la collaborazione popolare alla persecuzione degli ebrei fu spontanea, popolare durante l’occupazione nazista. La storia è diversa da Paese a Paese; i partigiani baltici, i comunisti baltici erano degli stalinisti che appoggiavano le misure annessioniste dell’Urss, la loro falce e martello non era simbolo di autonomia e di libertà, ma di collaborazionismo e di asservimento.

La falce e martello del socialismo italiano è cosa ben diversa e l’Italia democratica non può rinunciare alla sua memoria e alla sua tradizione. Dopo la liberazione dell’Italia nel 1945 il blocco agrario tra latifondisti e alta borghesia era ancora dominante. L’autarchia, l’industria di Stato del fascismo aveva tenuto il Meridione nel suo immobilismo. Il grande latifondo esisteva ancora, basta pensare ai Baracco e ai Berlingieri che possedevano nella campagna di Catanzaro trentamila ettari. La paga giornaliera di un bracciante era di cinquanta lire, paga da fame, le condizioni di vita identiche a quelle scoperte dai piemontesi nei giorni dell’annessione, il fascismo delle conquiste coloniali e della guerra era passato nelle campagne del sud senza cambiarne la miseria. Il sud era ancora quello del feudo: villaggio e città arroccati sulle montagne da cui ogni mattino all’alba a dorso di mulo i contadini partivano per raggiungere i campi delle colture estensive. Il quarantasei per cento del voto contadino della Repubblica nel ’46 è un evento quasi miracoloso e lo accompagnano le bandiere rosse con la falce e martello che nel socialismo italiano significano l’unione del movimento contadino con quello operaio, la nascita della democrazia italiana. Quanto c’è di ancora vivo, di operante in questa unione nell’Italia attuale della rivoluzione tecnologica e del globalismo? In che misura la partecipazione politica dei contadini e degli operai si fa ancora sentire nell’Italia delle delocalizzazioni e dei telefonini, delle fabbriche trasferite in Romania o in Cina, delle campagne affidate a pochi operai-contadini? Siamo in una cultura in fieri difficile da prevedersi ma il simbolo della falce e martello ha ormai un significato più ampio, rappresenta il mondo del lavoro, sempre più minacciato dalla modernità, sempre più spinto alla rassegnazione a alla passività.

Teniamocelo questo simbolo – in questo senso – fin che sarà possibile.

[Giorgio Bocca, "Non c'è una sola falce e martello"]

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libri, falce e martello

giovedì, 28 febbraio 2008

Juventus  F.C. - Torino (Stadio Olimpico, Torino) 0-0

 La prima cosa sono i chilometri, cinquecento e seicento e settecento chilometri uno di fila all'altro di ferrovia e stazioni e attese per respirare di nuovo quest'aria, seicento e settecento chilometri tra bagliore d'acacia fiorita, giallo di grappoli inattesi, e inconsueti senza greppi d'appennino e terrazze, su questa riviera che non si tuffa e preferisce immergersi nella nebbia. La seconda cosa sono i tuffi di cuore e desiderio per la Rossa, annusandone i mattoni prima di lasciarsi portare via. La terza cosa è l'aria, e l'odore che respiri a pieni polmoni per coglierne il respiro consueto, e la quarta è trovarlo e riconoscerlo diverso e incompleto, instabile e famigliare, l'odore che scivola dentro i polmoni, e ti riempie i sensi di cipolla, salsiccia, fumo, aspro, sudore, erba, terra, gente, luce. La quinta, la quinta è il colore, è il verde che si apre così lontano e così vicino nel preciso momento in cui ci si affaccia e si comincia a vederlo comparire in basso, bordato di bianco, irresistibilmente ordinato, nella pacatezza dell'intangibilità, della verginità rinnovata, della pagina spaventosamente vuota. La sesta sono il bianco e il nero e il granata, a schiere opposte in campi opposti e complementari, in colori abbinati e non divisibili in questa notte che comincia a respirarsi di nuovo. La sesta è il mugghiare compatto quasi di mare, che sale e posa e riprende a folate di tifo e cori e grida e colori. La settima è lo spogliatoio, il campo svuotato di nuovo, le maglie in bell'ordine, il corridoio da percorrere lentamente incontro al verde e alla notte. L'ottava si chiama Scirea e Maratona, e non c'è altro da dire. La nona è l'Aristocratica, che si è preparata in silenzio, che si è affumicata nel grigio consueto, quasi dimenticandosi il vestito migliore, e ha scelto un giorno feriale come qualsiasi altro per presentarsi. La decima è quanto deve ancora venire, e sarà futilità o destino, non appena il pallone sarà colpito.

(Ovviamente: Marco Paolini)

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juventus, derby, marco paolini, stagione 2007-2008

domenica, 17 febbraio 2008



Aderisco volentieri alla maratona laica proposta da Lameduck. Nel senso di una cosa che bisogna fare, perchè se non si fossero presentate le condizioni avrei preferito che nessuno fosse chiamato a sottolineare qualcosa che di per sè pare ovvio.

Postato da: FebbreANovanta a 13:58 | link | commenti (3) |
maratona laica

domenica, 10 febbraio 2008

A un certo punto, e non so proprio da dove sia sbucata, mi è venuta l'idea che forse avrei dovuto diventare uno scrittore. Forse potevo scrivere le parole che non avevo letto, forse così facendo mi sarei scrollato dalla schiena quella tigre. Così ho iniziato, ed è passato qualche decennio senza troppa fortuna. Adesso ero un matto scrittore. Altre camere, altre città. Sprofondai sempre più in basso. Una volta ad Atlanta mi stavo assiderando in una baracca di carta catramata, vivevo con un dollaro e un quarto a settimana. Nè acqua corrente, nè luce, nè riscaldamento. Stavo seduto ad assiderarmi nella mia camicia da californiano. Un mattino trovai un mozzicone di matita e cominciai a scrivere poesie sui margini dei vecchi giornali sparsi sul pavimento.

Finalmente a quarant'anni, pubblicarono il mio primo libro, una raccoltina di poesie: Il fiore, il pugno e il gemito bestiale. Era arrivato un pacco di libri con la posta; aprii il pacco e dentro c'erano i libriccini, e io mi inginocchiai fra loro, ero in ginocchio e raccolsi una copia e la baciai. Questo trent'anni fa.

Scrivo ancora. Nei primi quattro mesi di quest'anno ho scritto duecentocinquanta poesie. Sento ancora la follia scorrermi dentro, ma ancora non ho scritto le parole che avrei voluto, la tigre mi è rimasta sulla schiena. Morirò con addosso quella figlia di puttana, ma almeno le ho dato battaglia. E se fra voi c'è qualcuno che si sente abbastanza matto da voler diventare scrittore, gli consiglio va' avanti, sputa in un occhio al sole, schiaccia quei tasti, è la migliore pazzia che possa esserci, i secoli chiedono aiuto, la specie aspira spasmodicamente alla luce, e all'azzardo, e alle risate. Regalateglieli. Ci sono abbastanza parole per tutti noi.

[Charles Bukowski, "Confessioni di un codardo"]


scagliai il bicchiere contro il muro e tornai a casa dopo aver raccattato la mia donna. mi sentivo ferito. lei era bella. andammo a letto. ricordo che una pioggia sottile entrava dalle finestre. lasciammo che ci piovesse addosso. andava bene così. andava così bene che ne facemmo due e quando ci decidemmo a dormire lo facemmo col viso rivolto alla finestra e ci bagnammo dalla testa ai piedi e la mattina le lenzuola erano zuppe e ci alzammo tutti e due e starnutendo e ridendo, "gesù cristo, gesù cristo!" era buffo e il povero Watson steso da qualche parte, col viso ammaccato e gonfio, faccia a faccia con la Verità Eterna, d'ora in poi incontri da sei rounds, poi da quattro rounds, e poi di nuovo in fabbrica con me ad ammazzare otto o dieci ore al giorno per due soldi, senza arrivare da nessuna parte, a servire Madonna Morte,  col cervello che perde colpi e con l'anima cacciata all'inferno, a pedate, starnutivamo, "gesù cristo!" era buffo e lei disse, "sei blu dalla testa ai piedi, sei diventato tutto BLU! gesù, guardati allo specchio!" e io che ero gelato e che morivo di freddo in piedi di fronte allo specchio e ero tutto BLU! ridicolo! un cranio e pelle e ossa! mi misi a ridere, risi tanto che caddi sul tappeto e lei mi cadde sopra e tutti e due a ridere, ridere, ridere, gesù cristo, ridemmo al punto che pensai fossimo impazziti, e a quel punto dovetti alzarmi, vestirmi, pettinarmi, lavarmi i denti, troppo stomacato per mangiare, vomitai quando mi lavai i denti, uscii e mi incamminai verso la fabbrica di lampadari dove lavoravo, c'era solo il sole a farti sentir bene ma bisogna prendere quel che capita.

[Charles Bukowski, "Taccuino di un vecchio sporcaccione"]

Postato da: FebbreANovanta a 14:49 | link | commenti (1) |
libri, film, bukowski factotum

venerdì, 11 gennaio 2008

Morfeo fattore d’illusioni, tessitore d’inganni, suonatore di menzogne atre e liete, ti nascondi nel primo soffio di luce e l’ombra ti ammanta lasciando soltanto un fruscio lieve come di foglia. Ma che pasta fondi per le tue creazioni, nel fondo senza fondo dei pensieri, che vento di coscienza insuffli nella notte che ci sorprende a mani basse, che senso di magnificenza e rovina, con quante monete compreremmo le tue illusioni aggiungendone ancora e ancora sulla pila, pur di averne una tutta per noi. Ti ammanti di concretezza, ma il tuo passo non è che piuma. E quando ci destiamo, ti sei già preso la nostra anima.

Postato da: FebbreANovanta a 09:21 | link | commenti (4) |