Novanta minuti, novanta pagine, novanta frammenti di vita
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Amosgitai
Angolo di cielo
°oO Finnegans Wake Oo°
Diapason
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La danza del folletto
Lo Strano cammino di Claudia e Lara
Milo Brugnara
Nati per correre
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stagione 2005 - 2006
stagione 2006 - 2007
stagione 2007-2008
Sto leggendo (e rileggendo):
A.Azor Rosa, “Letteratura italiana”
Sto ascoltando:
M. Bubola, "Quel lungo treno"; F. Guccini, "Anfiteatro live"; B. Springsteen, "Vote for change tour, Cleveland"; B. Springstenn, "Born to Run, 30th"; The Pogues, "The Ultimate collection"; F. De Gregori, "Calypsos"; I. Fossati, "L'arcangelo"; B.Springsteen ,"We shall overcome"; Vinicio Capossela, "Ovunque proteggi; Eugenio Finardi, "Anima Blues"; B. Springstenn, "Magic"; Lou Dalfin, "I Virasolelhs"; M. Bubola, "Doppio lungo addio"; M. Bubola, "Ballate di terra e acqua"
Ultimi concerti:
04/03/2006 Modena City Ramblers("Nautilus", Cardano al Campo - VA)
17/09/2005 Davide Van De Sfroos ("MazdaPalace" - MI)
03/09/2005 Eugenio Finardi (Novara, piazza Martiri)
05/08/2005 Orario continuato (Sizzano, santuario della Bergamina - VC)
09/07/2005 Enrico Ruggeri (Novara, piazza Martiri)
05/06/2005 Befolk (Carpignano Sesia,piazza - VC)
02/06/2005 Davide Van De Sdroos, Massimo Bubola, Angelo Branduardi ("Cascina Cappuccina" - Melegnano)
11/04/2005 Davide Van De Sfroos ("Teatro Smeraldo" - MI)
02/04/2005 Purple Minds ("Barracuda" - NO)
26/03/2005 Orario continuato ("Phenomenon" - NO)
03/09/2007 Davide Van De Sfroos("Cerano" - NO)
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Guardatelo, il vecchio Seamus, guardatelo camminare nell'ombra, dietro un cantone, sofferente di uscirne per due minuti o due ore, forsanche per una manciata di giorni. Guardatelo tutti, il vecchio Seamus, con il suo cuore grande e gonfio tra le mani, che nemmeno una pala d'altare con il Sacro Cuore di Gesù, nemmeno un ex voto appeso al muro, quel suo cuore grande e sanguinante. Guardate la sofferenza del vecchio Seamus, guardate il suo dolore mesto, guardate la tenerezza, guardate la sua ira impotente. Seamus scantona i muri come un gatto, lo sa la luna il suo cuore gonfio, lo sanno i polsi tremanti – i fasci di vene che stringono i polsi e portano sangue alle nocche incrinate – le cicatrici della nostalgia. Guardatelo, ve ne prego, e ascoltatelo, il vecchio Seamus, bestemmiare le sue maledizioni senza il conforto di una scura, tra le bottiglie vuote, un marciapiede lurido abbastanza per dormirvi dimenticato sotto il cielo che promette ancora un altro sereno – insopportabile, sereno senza motivo. Ascoltatelo maledire il cane, lurido cane che gli morde il cuore di riflesso: che non lo conosce, il cane, e mai lo conoscerà nella sua vita. Ma comincia a pregare, se credi in qualche dio – Seamus grondante sangue dal suo grande grosso cuore – comincia a pregare e chiamalo con il nome che gli dai – Seamus davanti alla chiusa, Seamus nei vicoli del ghetto – comincia a mangiare i tuoi giorni con gusto – Seamus il naso alzato a misurare l'angolo cadente – comincia a prendere congedo – Seamus cuore dolente sui gradini della basilica del suo Santo in attesa dell'alba: un giorno nuovo, un altro sereno impossibile – comincia a lasciare i tuoi giorni giorno per giorno, cane urlante, cane vigliacco, perchè non conosco il nome di tuo padre e di tuo nonno, non conosco la donna che ti ha generato – Seamus spaesato sotto al portico largo, servo anche lui senza consolazione – ma Seamus lo distingue il tuo odore, e il giorno che ti annuserà sulla sua strada, non avrai altro tempo che per finire il passo, e quel giorno, lo sa Seamus, sarà il tuo ultimo da questo lato degli occhi.

Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.
L'inverno ci mantenne al caldo, ottuse
Con immemore neve la terra, nutrì
Con secchi tuberi una vita misera.
[T.S. Eliot, "Wasted Land"]
Visto l'andazzo di questi tempi, recupero un articolo di Giorgio Bocca risalente al 2005. Non lo condivido in tutto e per tutto, e ci sarebbe da chiedersi (almeno, a me viene da chiedermi) se l'Italia democratica sia la cosa più importante dal punto di vista politico, ma qui si pende pericolosamente tra nostalgie e utopie e politicamente scorretto (la cosa, devo dire, mi invita). Ad ogni modo, trovo interessante riproporlo oggi.
La prima falce e martello che vidi fu nel gennaio del ’43 su un marciapiedi di corso Dante a Cuneo, appena imbiancato dalla neve. Una piccola falce e martello nera nel candore della neve fatta da un comunista, come dire una specie allora rarissima, che ne aveva lo stampo in una scarpa; tante falce e martello nere come piccoli scorpioni pungenti, per una ventina di metri. Da lasciarti senza fiato all’idea che anche in una provincia dell’Italia fascista c’era uno con quello stampo in una scarpa, forse un compagno di Germanetto il comunista di Cuneo fuggito in Russia. E lo stupore, lo scompiglio fra i fascisti delle Federazioni nel palazzo del Littorio, la corsa a cancellarle e il pensiero, chi sarà, dove sarà l’uomo con il marchio, come se le distanze e i silenzi del regime si fossero squarciati e fosse apparsa l’immensa, misteriosa, minacciosa Russia di Stalin. Poi nella guerra partigiana le falci e martello sulle bandiere dei garibaldini, sulla carta intestata delle loro brigate e poi nella Torino della liberazione e della ricostruzione le falci e martello della Camera del Lavoro, delle sedi comuniste, dei cortei comunisti che ci erano diventati familiari, che facevano parte definitiva, si pensava, del paesaggio politico italiano. Quel simbolo per noi italiani non era e non è evocativo del terrore staliniano, come è nei Paesi che furono schiacciati dal tallone sovietico, era il simbolo di una lotta di classe che il fascismo aveva nascosta ma non cancellata, di lotte che avevano segnato le nostre campagne e le nostre città. Faceva parte della faticosa costruzione di un Paese unito. Un simbolo graficamente bellissimo, il simbolo delle fabbriche e delle mietiture proletarie, un simbolo tragicamente ambiguo, per gli uni promessa di rivincita, per gli altri, nella Russia della di dittatura, di dolore e di pena.
C’era tra i garibaldini della Val Varaita un operaio torinese che era stato guardia del corpo di Gramsci all’Ordine nuovo. Si parlava del fascismo, della repressione, dei comunisti che si erano rifugiati nell’Unione Sovietica e il suo ricordo dominante era la sera in cui era arrivato per la prima volta sulla Piazza Rossa e in alto aveva visto la grande falce e martello illuminata ed era caduto in ginocchio, gli occhi pieni di lacrime, sotto quel simbolo di liberazione della “schiava umanità”. La richiesta da parte dei deputati lettoni o polacchi di equiparare la falce e martello alla svastica nazista non è accettabile storicamente. La falce e martello della rivolta contadina e sociale italiana non ha nulla a che vedere con la falce e martello dell’espansionismo sovietico, e anche dentro le storie di popoli come il polacco o il lettone il rigorismo è sconsigliabile. Sia in Polonia che negli Stati baltici la collaborazione popolare alla persecuzione degli ebrei fu spontanea, popolare durante l’occupazione nazista. La storia è diversa da Paese a Paese; i partigiani baltici, i comunisti baltici erano degli stalinisti che appoggiavano le misure annessioniste dell’Urss, la loro falce e martello non era simbolo di autonomia e di libertà, ma di collaborazionismo e di asservimento.
La falce e martello del socialismo italiano è cosa ben diversa e l’Italia democratica non può rinunciare alla sua memoria e alla sua tradizione. Dopo la liberazione dell’Italia nel 1945 il blocco agrario tra latifondisti e alta borghesia era ancora dominante. L’autarchia, l’industria di Stato del fascismo aveva tenuto il Meridione nel suo immobilismo. Il grande latifondo esisteva ancora, basta pensare ai Baracco e ai Berlingieri che possedevano nella campagna di Catanzaro trentamila ettari. La paga giornaliera di un bracciante era di cinquanta lire, paga da fame, le condizioni di vita identiche a quelle scoperte dai piemontesi nei giorni dell’annessione, il fascismo delle conquiste coloniali e della guerra era passato nelle campagne del sud senza cambiarne la miseria. Il sud era ancora quello del feudo: villaggio e città arroccati sulle montagne da cui ogni mattino all’alba a dorso di mulo i contadini partivano per raggiungere i campi delle colture estensive. Il quarantasei per cento del voto contadino della Repubblica nel ’46 è un evento quasi miracoloso e lo accompagnano le bandiere rosse con la falce e martello che nel socialismo italiano significano l’unione del movimento contadino con quello operaio, la nascita della democrazia italiana. Quanto c’è di ancora vivo, di operante in questa unione nell’Italia attuale della rivoluzione tecnologica e del globalismo? In che misura la partecipazione politica dei contadini e degli operai si fa ancora sentire nell’Italia delle delocalizzazioni e dei telefonini, delle fabbriche trasferite in Romania o in Cina, delle campagne affidate a pochi operai-contadini? Siamo in una cultura in fieri difficile da prevedersi ma il simbolo della falce e martello ha ormai un significato più ampio, rappresenta il mondo del lavoro, sempre più minacciato dalla modernità, sempre più spinto alla rassegnazione a alla passività.
Teniamocelo questo simbolo – in questo senso – fin che sarà possibile.
[Giorgio Bocca, "Non c'è una sola falce e martello"]
Juventus F.C. - Torino (Stadio Olimpico, Torino) 0-0
La prima cosa sono i chilometri, cinquecento e seicento e settecento chilometri uno di fila all'altro di ferrovia e stazioni e attese per respirare di nuovo quest'aria, seicento e settecento chilometri tra bagliore d'acacia fiorita, giallo di grappoli inattesi, e inconsueti senza greppi d'appennino e terrazze, su questa riviera che non si tuffa e preferisce immergersi nella nebbia. La seconda cosa sono i tuffi di cuore e desiderio per la Rossa, annusandone i mattoni prima di lasciarsi portare via. La terza cosa è l'aria, e l'odore che respiri a pieni polmoni per coglierne il respiro consueto, e la quarta è trovarlo e riconoscerlo diverso e incompleto, instabile e famigliare, l'odore che scivola dentro i polmoni, e ti riempie i sensi di cipolla, salsiccia, fumo, aspro, sudore, erba, terra, gente, luce. La quinta, la quinta è il colore, è il verde che si apre così lontano e così vicino nel preciso momento in cui ci si affaccia e si comincia a vederlo comparire in basso, bordato di bianco, irresistibilmente ordinato, nella pacatezza dell'intangibilità, della verginità rinnovata, della pagina spaventosamente vuota. La sesta sono il bianco e il nero e il granata, a schiere opposte in campi opposti e complementari, in colori abbinati e non divisibili in questa notte che comincia a respirarsi di nuovo. La sesta è il mugghiare compatto quasi di mare, che sale e posa e riprende a folate di tifo e cori e grida e colori. La settima è lo spogliatoio, il campo svuotato di nuovo, le maglie in bell'ordine, il corridoio da percorrere lentamente incontro al verde e alla notte. L'ottava si chiama Scirea e Maratona, e non c'è altro da dire. La nona è l'Aristocratica, che si è preparata in silenzio, che si è affumicata nel grigio consueto, quasi dimenticandosi il vestito migliore, e ha scelto un giorno feriale come qualsiasi altro per presentarsi. La decima è quanto deve ancora venire, e sarà futilità o destino, non appena il pallone sarà colpito.
(Ovviamente: Marco Paolini)

Aderisco volentieri alla maratona laica proposta da Lameduck. Nel senso di una cosa che bisogna fare, perchè se non si fossero presentate le condizioni avrei preferito che nessuno fosse chiamato a sottolineare qualcosa che di per sè pare ovvio.
A un certo punto, e non so proprio da dove sia sbucata, mi è venuta l'idea che forse avrei dovuto diventare uno scrittore. Forse potevo scrivere le parole che non avevo letto, forse così facendo mi sarei scrollato dalla schiena quella tigre. Così ho iniziato, ed è passato qualche decennio senza troppa fortuna. Adesso ero un matto scrittore. Altre camere, altre città. Sprofondai sempre più in basso. Una volta ad Atlanta mi stavo assiderando in una baracca di carta catramata, vivevo con un dollaro e un quarto a settimana. Nè acqua corrente, nè luce, nè riscaldamento. Stavo seduto ad assiderarmi nella mia camicia da californiano. Un mattino trovai un mozzicone di matita e cominciai a scrivere poesie sui margini dei vecchi giornali sparsi sul pavimento.
Finalmente a quarant'anni, pubblicarono il mio primo libro, una raccoltina di poesie: Il fiore, il pugno e il gemito bestiale. Era arrivato un pacco di libri con la posta; aprii il pacco e dentro c'erano i libriccini, e io mi inginocchiai fra loro, ero in ginocchio e raccolsi una copia e la baciai. Questo trent'anni fa.
Scrivo ancora. Nei primi quattro mesi di quest'anno ho scritto duecentocinquanta poesie. Sento ancora la follia scorrermi dentro, ma ancora non ho scritto le parole che avrei voluto, la tigre mi è rimasta sulla schiena. Morirò con addosso quella figlia di puttana, ma almeno le ho dato battaglia. E se fra voi c'è qualcuno che si sente abbastanza matto da voler diventare scrittore, gli consiglio va' avanti, sputa in un occhio al sole, schiaccia quei tasti, è la migliore pazzia che possa esserci, i secoli chiedono aiuto, la specie aspira spasmodicamente alla luce, e all'azzardo, e alle risate. Regalateglieli. Ci sono abbastanza parole per tutti noi.
[Charles Bukowski, "Confessioni di un codardo"]

Morfeo fattore d’illusioni, tessitore d’inganni, suonatore di menzogne atre e liete, ti nascondi nel primo soffio di luce e l’ombra ti ammanta lasciando soltanto un fruscio lieve come di foglia. Ma che pasta fondi per le tue creazioni, nel fondo senza fondo dei pensieri, che vento di coscienza insuffli nella notte che ci sorprende a mani basse, che senso di magnificenza e rovina, con quante monete compreremmo le tue illusioni aggiungendone ancora e ancora sulla pila, pur di averne una tutta per noi. Ti ammanti di concretezza, ma il tuo passo non è che piuma. E quando ci destiamo, ti sei già preso la nostra anima.